Dì, quando si è morti, è per tutta la vita?

Una nuova formazione in Italia…

Morire è una malattia? dove andiamo quando moriamo? Avrete sicuramente sentito i vostri figli o alunni, i bambini (anche piccoli) a scuola o in famiglia, porsi e porvi queste domande alle quali non si tratta di dare risposte preconfezionate. Come fare allora a farle emergere liberamente? A parlarne dando spazio ed accoglienza alle emozioni che susciteranno in loro e anche in noi?

Obiettivi formativi

  • Favorire l’emergenza delle domande poste dai bambini sulla morte e sul lutto, saperne e poterne parlarne
  • Imparare ad accogliere le emozioni legate alla morte
  • Fornire conoscenze teoriche sull’evoluzione delle rappresentazioni della morte secondo i periodi dell’infanzia/ giovinezza

Contenuti

  • L’evoluzione della rappresentazione della morte nei bambini secondo i periodi di età. Il bambino di fronte alla morte: il pensiero magico; la paura della morte (che ci rimanda alla nostra stessa morte); l’emergere della consapevolezza di sé.
  • L’espressione di emozioni e sentimenti legati alla morte attraverso l’arte (laboratori di espressione artistica, narrazione, danze, canzoni, disegno)
  • I cicli della vita e della natura: i diversi lutti (animali, fratello o sorella, nonni, ecc.); la vita di un albero o di un fiore (connessione alla natura)
  • Saper accogliere domande e silenzi sulla morte; saper parlare della morte con parole semplici (imparare ad accompagnare un gruppo di parola)

Mezzi pedagogici : Contributi teorici. Laboratori artistici e connessione con la natura. Cerchio di parola e scambi tra i partecipanti.

Destinatari : la formazione è aperta a tutti, soprattutto a coloro che sono in contatto con i bambini (o con la parte di bambino/a in sé 🙂 )

Durata:  sono possibili diverse formule che vanno da 1 giorno di sensibilizzazione a 4 giorni in co-animazione (contattatemi in risposta a questo articolo).

TESTIMONIANZA (dopo stage)

Abbiamo* appena tenuto un seminario intitolato con questa bella questione esistenziale, presa dalla domanda di un bambino vero: “Dì, quando si è morti, è per tutta la vita? « .

Abbiamo trascorso tre giorni intensi con delle educatrici (la maggior parte donne, come molto spesso accade) e un (singolo) educatore della prima infanzia (ci congratuliamo per il suo coraggio!), degli splendidi giovani a contatto quotidiano con bambini in età da pochi mesi a 5 anni. Si tratta quindi di un periodo prescolare durante il quale si pensa, spesso a torto, che la questione della morte non faccia parte della vita dei più piccoli.

Vogliamo  porre l’attenzione su alcuni punti riguardanti l’approccio adottato dalla formazione che ha alternato apporti teorici e con quelli pratici (giochi di ruolo, movimenti, danza, arte, ecc.). Come formatrici, avevamo fatto la scommessa che questo corso potesse trasformarsi in un momento di evoluzione personale per tutti i partecipanti, noi comprese.  Possiamo dire oggi di non esserci troppo sbagliate, pur tenendo conto delle evidenti difficoltà di alcune persone a farsi coinvolgere “anima e corpo” in ciò che abbiamo proposto.

Primo: la morte ci parla di noi

Per prima cosa,  abbiamo notato quanto il parlare della morte in generale, e in particolare con i bambini, ci riporti al nostro rapporto con la morte, la nostra stessa morte e quella delle persone che amiamo. Attraverso un viaggio di esplorazione anche dei luoghi comuni su questo argomento, abbiamo compreso quanto sia fondamentale e persino necessario affrontare ciò che regolarmente intralcia i nostri impulsi vitali, la nostra capacità di costruire legami sani e pacifici con il nostro mondo… E dare un nome a ciò che, nella scala delle emozioni e delle cause di blocchi e conflitti, è in cima alla lista: la paura di morire.

Ma attenzione! Non abbiamo mai avuto la pretesa, né l’avremo, sul fatto che un corso di tre giorni possa risolvere tutti i problemi generati da questa paura profonda e comune a tutti. Crediamo invece che questi momenti di interrogazione ci invitino a scoprire le nostre zone d’ombra (da esplorare in luoghi terapeutici appropriati).

Secondo: si tratta di parlare di morte « con i » – e non « ai »- bambini

Questo implica che noi adulti (genitori, nonni, insegnanti, educatori in senso lato), dobbiamo adottare una postura di accompagnamento. Non si tratta quindi di dire loro cosa sia o non sia la morte, ma di invitarli a esprimersi su questo tema. E qui saremo sorpresi, perché spesso i bambini già « sanno » molto più di quanto immaginiamo sulla questione. Anche perché, a seconda della loro età, certi bambini hanno sviluppato una riflessione esistenziale (che si esprime spesso nei “laboratori di filosofia” con i più grandi) estremamente saggia e matura.

Inoltre, come formatori, per rispondere ai dubbi di alcuni partecipanti (per esempio: dobbiamo parlare loro di morte anche « fuori contesto scuola »?), crediamo che non sia necessario aspettare che la morte si presenti nella vita di un bambino con la partenza di una persona cara, anche a scuola. Riteniamo invece che la questione della morte debba essere inserita nella storia delle natura umana, animale e vegetale, ad esempio introducendola nei corsi di scienze naturali, di biologia, di chimica ecc., per i ragazzi più grandi. Così come sono da favorire, in ambito prescolare e scolastico, tutte le attività artistiche (disegno, canto, filastrocche,  compreso il movimento e la danza libera), affinché i bambini possano esprimersi in modo più libero in alternativa o in complemento alla verbalizzazione.

Se accade che un genitore o un amico del bambino muoiano, noi educatori dobbiamo essere disposti ad accettare la situazione con un atteggiamento più sereno possibile, accogliendo anche le nostre stesse emozioni (sapendo che l’educazione emozionale dovrebbe essere inserita dalla scuola materna in poi).

Su questo tema, ci ha rafforzato la testimonianza di una eccellente professionista, Josée Masson in diretta dal Québec, che in seno all’associazione « Deuil-Jeunesse » (https://deuil-jeunesse.com) si occupa di dare sostegno ai giovani che hanno subito una perdita. Siamo stati tutti commossi dalle parole piene di umanità di Josée:… demistificare per andare sempre più verso la fiducia e l’amore; non giudicare, ma imparare ad accogliere come educatori perché non esiste il lutto “giusto”, ma solo quello che viviamo.

Terzo: la morte fa parte della vita

Può sembrare banale, ma il fatto di presentare la morte come la fine di qualsiasi processo è fonte di grande angoscia anche tra i più piccoli. Ancora una volta, non si tratta di condurre i bambini a sposare le nostre proprie convinzioni, come l’esistenza di un aldilà per i credenti, ma di collocare la morte nel processo della vita. Ad esempio, se nella presentazione del ciclo umano spiegato ai bambini mettiamo la nascita come prima tappa e la morte come ultima, il risultato sarà una visione della Vita molto più globale e armoniosa, accessibile anche ai più piccoli.

E se, all’interno di questo stesso processo spiegato ai bambini, collochiamo anche la possibilità dell’imprevisto e dell’imprevedibilità dell’esistenza, potremmo educarli ad accogliere più facilmente eventi tragici, come la morte prematura di un amico o di un parente.

Quarto: l’arte è una porta tra il visibile e l’invisibile

Crediamo anche, avendolo sperimentato e condiviso in questi giorni, che l’approccio artistico o poetico possa essere un accesso per avvicinarsi alla nostra “finitudine”. In effetti la pratica dell’arte (danza, musica, pittura, ecc.) ci interroga sulla nozione di tempo: temporalità contro atemporalità. Lo spazio-tempo suggerito da un’opera d’arte, dalla sua contemplazione o dalla sua pratica, ci permette di toccare i due mondi del visibile e dell’invisibile, con tutti i nostri sensi risvegliati.

Da questa piena presenza, aperta al mondo sensibile, può scaturire una migliore consapevolezza di sé, ad ogni momento. Il ché può rivelarsi molto utile il giorno della nostra partenza dall’altra parte… Ballare, cantare, suonare, vivere con creatività in piena comunione col momento presente.

Per concludere…

In una società sempre più aperta al transumanesimo e alle sue nefaste conseguenze, crediamo che l’educazione alla morte diventi un’emergenza e una necessità per i giovani. Sappiamo, come abbiamo visto in questi tre giorni, che introdurre la morte come un soggetto “normale”, demistificarla e riuscire ad affrontarla senza appesantirla con le nostre proiezioni, non è facile.

Ma questi momenti hanno rafforzato la nostra convinzione che l’unico modo per accedere a un rapporto sano con la morte è ritornare all’atteggiamento che i bambini hanno spontaneamente verso di lei : senza paura, e anche con gioia, dovremo dimenticare tutto ciò che sappiamo o crediamo di sapere sul suo conto, immaginare di non sapere più nulla (soprattutto ciò che ci è stato inculcato da generazioni), pronti a lasciarci sorprendere dalla nostra capacità di meravigliarci.

Antonella Verdiani

 * in co-animazione con Anne Caloustian, artista, musicista, poetessa, clown ed insegnante.

Dis, quand on est mort, c’est pour toute la vie?

Nous venons de donner un stage[1] ayant pour titre cette jolie interrogation existentielle, tirée d’une vraie question d’enfant : « Dis, quand on est mort, c’est pour toute la vie ? ».

Nous avons passés trois jours intenses avec des éducatrices (la majorité de femmes, comme il est très souvent le cas) et un (seul) éducateur de la petite enfance (on se félicite de son courage !), des jeunes personnes en contact quotidien avec des enfants âgés de quelques mois à 5 ans. C’est donc une période préscolaire pendant laquelle on pense, souvent à tort, que la question de la mort ne fait pas partie de la vie des petits.

Et pourtant.

Nous voulons ici poser l’attention sur quelques points concernant l’approche adoptée par la formation qui a alterné des apports théoriques avec des pratiques (jeux de rôle, mouvements, danse, art, …). Nous avions fait, avec Anne, le pari de ce stage comme un moment d’évolution personnelle pour tous les participants, y compris de nous-mêmes. Nous pouvons aujourd’hui affirmer que nous ne nous sommes pas trop trompées, tout en tenant compte des évidentes difficultés de certaines personnes à s’impliquer « corps et âme » dans ce que nous proposions.    

Primo : La mort nous parle de nous

Nous avons constaté d’abord combien parler de la mort en général et en particulier avec les enfants, nous renvoie à notre propre relation avec la mort, notre mort à nous et celle des gens que nous aimons. Par un parcours d’exploration aussi de nos idées reçues sur ce sujet, nous avons compris combien il est fondamental et même nécessaire, de regarder en face celle qui sabote régulièrement nos élans de vie, notre capacité à construire de liens sains et pacifiques avec notre monde… Et de nommer enfin cette chose qui, dans l’échelle des émotions et des causes de blocage et des conflits, arrive en tête de liste: la peur de mourir.

Mais attention ! Nous n’avons pas et nous n’avons jamais eu la prétention, lors d’un stage de trois jours, de nous réconcilier avec cette peur profonde et commune à tous. Par contre, nous pensons que ces moments de questionnement, nous invitent à éclaircir les zones d’ombre que l’on peut découvrir dans d’autres lieux thérapeutiques.

Secundo : Il s’agit de parler de la mort avec (et non « aux ») enfants

Ceci implique que nous (parents, grands-parents, enseignants, éducateurs au sens large), nous adoptions une posture d’accompagnement. Il ne s’agit pas donc de leur dire ce que la mort est ou n’est pas, mais de les inviter à s’exprimer à ce sujet. Nous allons ainsi être surpris ! Car les enfants « savent » souvent déjà beaucoup plus que nous l’imaginions sur la question. Selon leur âge, ils auront même développé une réflexion philosophique et existentielle (ce que l’on expérimente lors des « ateliers philo » avec les plus grands) et ils vous surprendront avec la sagesse des fruits de leur pensée.  

Aussi, en tant que formatrices, pour répondre aux doutes de quelques participants (faut-il leur parler de la mort même « hors contexte » ?), nous croyons qu’il ne soit pas nécessaire d’attendre que la mort se présente dans la vie d’un enfant par le départ d’un proche, y compris à l’école. Nous pensons par contre que l’on devrait inclure la question de la mort comme faisant partie de la nature humaine, animale et végétale par exemple, en l’introduisant dans les cours de sciences de la vie et de la terre, de biologie, de chimie etc., pour les plus grands. L’art et toutes les activités artistiques que l’on pratique dans un contexte préscolaire et scolaire (dessin, chant, comptines, etc.) y compris le mouvement et la danse libre, sont aussi des moyens excellents à privilégier pour que les enfants puissent s’exprimer plus librement et autrement que par la verbalisation.

S’il arrive que un parent ou ami de l’enfant meure, on se doit, en tant que adultes éducateurs, d’être préparés à accueillir la situation avec une attitude la plus sereine possible, y compris en accueillant nos propres émotions (ce que l’on peut apprendre à l’école depuis tous petits).

A ce sujet, nous avons été confortés par le témoignage (en directe du Québec) de Josée Masson qui œuvre depuis vingt-cinq ans dans le domaine de l’association « Deuil-Jeunesse » (https://deuil-jeunesse.com) dont la mission est centrée sur l’accompagnement des jeunes qui vivent une perte. Toutes et tous, nous avons été émus par les paroles pleines d’humanité de Josée :… démystifier pour aller de plus en plus vers la confiance et l’amour ; ne pas juger, mais apprendre à accueillir en tant que éducateurs car le deuil « juste » est celui que l’on vit. 

Tertio : La mort fait partie de la vie

Cela peut paraître une banalité, mais le fait de présenter la mort comme la fin de tout processus, est une source de grande angoisse même chez les plus petits. Une fois de plus, il ne s’agit pas de convaincre les enfants de nos croyances, comme de l’existence d’une vie après la mort, mais de placer la mort dans le processus de la vie. Par exemple, si dans la présentation du cycle humain expliqué aux enfants, l’on pose la naissance comme première étape et en dernière celle de la mort, il en résultera une vision beaucoup plus globale et harmonieuse de la Vie, accessible même aux plus petits.[2]

Et si, à l’intérieur de ce même processus expliqué aux enfants, nous plaçons aussi la possibilité de l’inattendu et l’imprévisibilité de l’existence, nous pourrions les éduquer à accueillir plus facilement des événements tragiques comme la mort prématurée d’un copain ou d’un jeune parent.

Quarto : L’art est une porte entre le visible et l’invisible 

Nous croyons aussi, pour l’avoir expérimenté et partagé lors de ces journées, que l’approche artistique ou poétique peut être une porte à une pratique quotidienne pour approcher notre finitude.  En effet la pratique de l’art (danse, musique, peinture, etc.) touche à la notion de temps : temporalité versus intemporalité.

L’espace-temps qu’offre une œuvre d’art par sa contemplation ou par sa pratique, nous permet de toucher les deux mondes du visible et de l’invisible, tous nos sens en éveil. 

Une pleine présence de soi-même offre cet instant ultime, intime sur le fil de la vie sensible. Et de cette sensibilité peut naître une meilleure conscience de chaque instant. Ce qui peut être donc très riche d’enseignement pour le jour de notre départ de l’autre côté des choses… Danser, chanter… jouer en pleine communion de l’instant présent.

Pour conclure…

Nous pensons que, dans une société qui s’ouvre de plus en plus au transhumanisme et ses conséquences néfastes, Éduquer à la mort devient une urgence et une nécessité pour les jeunes. Cependant, comme nous l’avons constaté lors de ces trois jours, introduire la mort comme un sujet « normal », la démystifier et arriver à affronter le sujet sans le charger de nos projections, n’est pas chose facile.

Mais ces moments nous ont confortés par contre dans la conviction que la seule voie pour accéder à un rapport sain avec la mort est de revenir nous-mêmes à l’attitude des enfants que nous côtoyons dans nos métiers d’éducateurs. Sans peur, et même avec joie, il nous faudra oublier tout ce que l’on sait ou que l’on croit savoir sur elle, considérer que nous ne savons plus rien à son sujet (y compris ce qu’on nous a raconté pendant des générations) et être préparés à se faire surprendre par notre propre capacité d’émerveillement.                                                                       

Antonella Verdiani  et  Anne Caloustian *

* Anne Caloustian est artiste musicienne, poétesse, clown et enseignante. 


[1] Le stage « Dis quand on est mort, c’est pour toute la vie ? » est une formation que nous proposons aux enseignants, éducateurs et parents. Pour connaître son contenu : Éduquer à la mort (https://antonellaverdiani.com/formations/eduquer-a-la-mort/)

[2] A la question : « quel est l’opposé de la mort ? » beaucoup d’entre nous répondront « la vie ». Ce que nous proposons est de remplacer le mot vie par « naissance » : la naissance devient donc l’opposé de la mort. Cela implique donc l’hypothèse que la vie puisse continuer sous une autre forme (comme l’arbre qui devient compost) que, pour le moment, nous ne connaissons pas (ce qui ne dérangera pas les matérialistes et les non-croyants).

La force de la non-violence

« À partir du moment où on vise l’objectif de l’institution, ça devient violent. Surtout avec l’héritage que nous avons dans les pays occidentaux : l’école a formé d’abord des soldats, après des ouvriers, maintenant des technocrates. Toutes les institutions, toutes les organisations qui sont en place aujourd’hui sont verticales, donc violentes. Ou bien on reste dans l’institution et on devient résistant. Ou bien on sort de l’institution et on crée quelque chose de différent. »

Écoutez mon interview dans l’émission de Célia Gricourt, podcasteuse à La Force de la non-violence !

Antonella Verdiani a consacré une partie de sa vie aux pédagogies nouvelles dites « alternatives ». D’abord chargée de programme à l’UNESCO, elle y œuvre à diffuser la culture de paix et de non-violence, ainsi que des pratiques de résolution de conflits. Dans ce cadre, elle fait la connaissance d’un lieu unique, Auroville, une communauté de l’Inde du Sud où des humains expérimentent une façon de vivre et d’être en unité avec le Vivant. Elle est marquée notamment par l’école dont l’approche dite « intégrale » la passionne au point d’en faire le sujet de son doctorat. C’est là-bas qu’elle prend conscience du manque de joie de nos enfants occidentaux à aller dans nos écoles…

Elle fut la co-fondatrice du Printemps de l’Education, un réseau français réunissant des associations, des institutions et des individus qui militent pour un changement de l’éducation et de l’école, centré sur l’épanouissement des enfants et des enseignants.Aujourd’hui formatrice et conférencière, Antonella Verdiani a publié deux ouvrages de référence : « Ces écoles qui rendent les enfants heureux » et « Renouer avec la joie de l’enfance ».

Crédits : Mixage et musique originale : @zerooxygen__

Lien vers l’épisode : https://force-nonviolence.fr/…/episode-18-rencontre…/

Lien Youtube : https://youtu.be/P9JYgzP-bOw

Systèmes de croyances et récits de temps de crise : un dialogue impossible ?

Voici un excellent article de mon ami Ivan Maltcheff, publié sur le site de Pressenza, International Press Agency: https://www.pressenza.com/fr/2021/09/systemes-de-croyances-et-recits-de-temps-de-crise-un-dialogue-impossible/

Ivan m’a donné l’autorisation de le traduire en italien et de le publier, ce que je vais faire ici dans ce blog. Car je pense que si nous sommes tous assez perdus dans nos certitudes par rapport à la question actuelle du pass et du vaccin, le danger le plus grand est la division… même au sein des groupes des copains militants, écologistes, acteurs du changement éducatif, au sein de nos familles, entre nos enfants et nos amis. Pour ne pas donner raison à la stratégie en cours, du séparer pour mieux régner, Ivan propose une voie inédite, qui rallie le cœur, l’esprit et l’intelligence.

A vous aussi de la partager pour que même les désaccords soient féconds et porteurs d’évolution!

Lettre à mes enfants

Être libre, ce n’est pas seulement se débarrasser de ses chaînes ; c’est vivre d’une façon qui respecte et renforce la liberté des autres.

Nelson Mandela

Chers enfants,

(désolée si je vous appelle de cette façon même maintenant que vous êtes grands et – j’espère pas – vaccinés, je fais comme mes parents pour qui à cinquante ans j’étais encore la « bimba »)…

Chers enfants si lointains mais si près de mon cœur, je sais que vous allez bien, nos réunions de famille virtuelles me le confirment : vous avez un travail, de quoi vous nourrir, un toit pour dormir, des amis et des amours pour vous tenir la main. Par contre, je ne sais pas si votre santé inclut toujours  aussi votre état intérieur, votre stabilité émotionnelle et mentale, car la mienne, comme celle de quelques millions d’autres personnes, a été mise à rude épreuve ces derniers temps.

Pour cela, permettez-moi quelques considérations, à commencer par des banalités (que vous pourrez toujours attribuer à mon manque de stabilité psychique actuelle, ou à une sénilité précoce, mais c’est ok…).

Dans les pays où nous vivons il n’y a pas de guerre (première banalité).

J’entends par là que notre sécurité physique n’est pas, pour le moment, menacée par des hordes de talibans aguerris ou par des bombes qui pleuvent du ciel. Il s’agit, en revanche, d’autres dangers plus subtils, qui nous demandent en tout cas une bonne dose de courage.

Vous êtes nés dans des pays en paix, dans une famille qui a pu vous offrir de l’affection et un foyer accueillant, vous avez voyagé et rencontré plein de gens exceptionnels, fréquenté des écoles aussi non violentes que possible (de cette recherche en particulier, j’en ai fait mon engagement personnel), vous avez été soignés, lors des vos rares maladies d’enfance, par des médecins respectueux de votre corps et de votre âme, et même nourris par une alimentation bio et naturelle. Bref, vous avez joui de nombreux privilèges. En tant que parents, en tant que mère (je parle pour moi), j’ai certainement fait des erreurs à cause de mon caractère (un peu trop) direct, mais de cela il a toujours été possible de parler et il le sera toujours, vous le savez.

Dans le climat de bien-être dans lequel vous avez baigné, vous n’avez jamais été confrontés aux défis auxquels ont dû faire face vos grands-parents nés pendant la guerre (deuxième banalité).

Moi non plus, par ailleurs. Mais de leur histoire, j’ai retenu l’émotion et les traces de douleur pour la perte d’une mère (cette grand-mère que je n’ai jamais connue), pour la pauvreté et le froid d’une maison sans fenêtres, pour la peur de cet avion allié qui volait à basse altitude dans la campagne toscane juste pour les effrayer, pour les bombardements des maisons des voisins ou la perte d’un ami mort jeune, plus ou moins au même âge que vous aujourd’hui.

J’ai senti et compris la leçon de leur courage, non pas de la réaction impulsive et inconsciente, mais de la vertu qui vient du cœur, qui en est une émanation directe : le courage conscient de dire non à tout cela, à la violence et à la guerre et au déni de l’autre dans sa personne, dans son intégrité physique mais aussi morale, éthique, affective, spirituelle. Le courage de dire oui à la liberté, et de reconstruire un pays meurtri par la guerre, de recommencer petit à petit, avec de la patience et beaucoup d’espoir pour « y arriver ».

J’ai grandi dans ce climat, mes parents et toute ma génération. C’étaient les années ’60 dont, avec la légèreté, on respirait aussi un certain espoir et une confiance de renaissance… Mais ce n’est pas des erreurs de cette époque dont je veux parler ici, ni du fait que les bases de cette renaissance ont été construites sur des fondements illusoires, comme la certitude que le capitalisme serait la solution aux problèmes de l’humanité, ou que les hydrocarbures étaient inépuisables et même respectueux de l’environnement !

C’est plutôt du courage dont je veux encore parler (et ce n’est pas une banalité).

Ce courage qui me semble manquer aujourd’hui, ce dont nous devons tous commencer à nous approvisionner en abondance pour vivre en humains. Vivre dans la dignité, mais surtout vivre en liberté. Dans le droit des libertés acquises et conquises par vos grands-parents – par vos grands-mères qui n’ont pu voter qu’après la guerre – mais aussi dans la reconnaissance de nouvelles libertés, comme le droit de choisir son éducation, d’être reconnu.e.s dans sa propre diversité sexuelle, et bien d’autres, pour lesquelles tant de gens – souvent des héros inconnus – ont donné leur vie au cours des soixante-dix dernières années de « paix ».

En Italie, nous avons la Constitution, la « plus belle du monde », comme l’appelle Benigni.[1] La aussi, il faut du courage pour vivre les valeurs exprimées dans les pages de ce texte!

Je parle de la Constitution italienne que je connais un peu mieux, aussi grâce aux cours donnés par cette enseignante (du même âge que mes parents) qui nous la lisait en s’essuyant les yeux avec émotion. Elle nous lisait ces mots altruistes, d’où se dégage un fort sens de la morale civique, ces mots inspirés par la vision grandiose de ces pères fondateurs, c’est-à-dire par l’idée d’un État fondé sur les droits et les devoirs du peuple. Des Droits humains, dont la nature dépasse la dimension politique de l’idée de citoyenneté, selon laquelle tout individu, même s’il n’est pas citoyen, a le droit d’être protégé. Des droits définis comme indérogeables et également garantis par les traités européens, dont chacun peut se prévaloir non seulement dans son propre pays de naissance.

Il faut du courage pour défendre cela aujourd’hui.

Car le monde dans lequel vous vivez actuellement, mes enfants, tourne en dérision ces droits qui nous semblaient inviolables. Comme celui déclaré à l’article 32 de la Constitution: « Nul ne peut être contraint à un traitement médical sauf par la loi. La loi ne peut en aucun cas violer les limites imposées par le respect de la personne humaine.»[2]

Ou, à l’article 3 sur le droit à l’intégrité de la personne de la Charte des droits fondamentaux de l’Union européenne, pour laquelle « Toute personne a droit à son intégrité physique et mentale » et dans le domaine de la médecine et de la biologie doit être particulièrement respecté, entre autres, « le consentement libre et éclairé de la personne concernée, selon les modalités définies par la loi ».[3]

Par rapport à ce qui se passe de grave aujourd’hui, à savoir l’imposition du vaccin (sous couvert d’un passeport sanitaire), j’en déduis donc que la loi ne peut imposer un médicament sans le consentement libre et éclairé de la personne, surtout dans le cas où il est encore au stade expérimental, comme c’est le cas. Mais ce qui est plus grave encore est surtout la mise en place des moyens de contrôle (comme le green pass et d’autres), qui sont des limitations arbitraires de notre liberté. Face à tout ça, nous sommes appelés à nous poser des questions éthiques fondamentales, questions auxquelles vous, enfants du bien-être, vous n’avez jamais été confrontés.

Et voici le point.

Il vous faudra vous armer de courage : celui de vos voix qui s’élèvent contre ces dérives, qui n’ont rien à voir avec la question de la santé car elles sont politiques. Le courage de choisir : d’une part une philosophie de vie fondée sur la réflexion et l’action (non violente !) où le débat contradictoire est considéré une richesse. De l’autre, une vie bien-pensante et consensuelle, dans la « normose » (c’est plutôt elle, la pandémie de siècle) que nous veut tous consentants et infantilisés par la peur (voir la terreur alimentée par les médias).

Vous devrez être unis en frères et sœurs de sang ou en simples citoyens du monde, à la recherche de nouvelles alliances et de joyeuses complicités avec ceux qui déjà s’organisent.[4]  Votre force sera de créer une réalité inédite, hors des sentiers battus, loin de l’arrogance des pouvoirs établis. C’est de ce courage au service de la justice, de la même vertu dont étaient faits les héros et héroïnes des mythes universels, ces chevaliers Jedi qui vous ont fait rêver dans la guerre des étoiles, qu’il vous faudra puiser mains et cœur ouverts, à profusion.

Attention, le courage n’est pas le contraire ni de la sagesse ni de la prudence, en effet la sagesse du courage est la prudence !

Cette même force non violente, mais obstinée, précise, claire comme celle de Gandhi face à l’arrogance colonisatrice : non, ça ne passera pas, non, je suis le seul à disposer de mon corps… Et tout comme Gandhi nous l’a appris, ce qui nous est proposé n’est pas de tuer l’autre ou de défier un pouvoir qui peut nous écraser par ses moyens infinis, la force brute et l’argent. Nous sommes par contre invités à l’entourer, ce pouvoir, à jouer avec sa propre énergie, à choisir comme des pratiquants de l’Aïkido, la voie de la concordance des énergies.

Dernier point : la prudence n’est même pas cette passivité à laquelle on risque de s’habituer lentement, insidieuse comme une vipère, sans s’en rendre compte (la même qui a conduit aux dictatures pour nous libérer desquelles, des millions de personnes se sont battues). C’est la force d’une non-violence active.

Réveillons-nous, réveillez ceux qui dorment autour de vous, vos jeunes amis qui n’ont pas encore ouverts les yeux. Avec ce courage éclairé, sage, actif, non violent et juste, agissons, agissez. Gardiens du Vivant, préparez avec joie le monde de paix que vous souhaitez pour vos enfants, une réalité dont vous serez les auteurs et dont moi, optimiste à outrance, je ne sais voir d’autre que la beauté infinie.

Votre mère, à vos cotés.


[1] https://www.facebook.com/watch/?v=162152581815669

[2] https://www.cortecostituzionale.it/documenti/download/pdf/Costituzione_della_Repubblica_italiana.pdf

[3] https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2018-01-16&atto.codiceRedazionale=18G00006&atto.articolo.numero=0&atto.articolo.sottoArticolo=1&atto.articolo.sottoArticolo1=10&qId=&tabID=0.9438621902698823&title=lbl.dettaglioAtto

[4] https://reinfocovid.fr/

Nous pouvons changer le monde par l’éducation !

Dans le cadre du Sommet de l’éducation “Apprendre et grandir dans la joie” du 24 avril au 1° mai 2021, je vous propose mon webinar:

Nous pouvons changer le monde par l’éducation ! Exploration avec une globetrotteuse de l’éducation à la joie 🙂

le Samedi 24 avril 2021 (l’heure vous sera communiquée dès l’inscription)

Le Sommet de l’Éducation est un festival de découvertes, d’inspiration et de partage ! Nature, créativité, philosophie, coopération, CNV, projets, démocratie… Écoles innovantes pour tous, inspirations internationales, IEF, pédagogies alternatives.. 

Des outils et réflexions pour une enfance heureuse et des parents & enseignants détendus !

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Les 24 conférences et les ateliers seront diffusés GRATUITEMENT en ligne du 24 avril au 1er mai 2021. 3 conférences sont délivrées chaque jour, accessibles gratuitement pendant 48h, de même pour les ateliers, à raison d’un par jour.

C’est 100% en ligne, et c’est gratuit.

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Pourquoi cet événement ? 

Si vous rêvez de devenir un mentor inspirant, si vous rêvez d’enfants résilients et joyeux…si vous êtes parfois fatigué(e)s par un quotidien exigeant et l’impression de devoir en faire toujours plus… Parents, enseignants, éducateurs, thérapeutes, professionnels de l’enfance… Ce sommet est pour vous !

24 conférences et une semaine d’atelier pour :

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Quand ? Du 24 avril au 1er mai. 

Je vous conseille de vous inscrire dès maintenant, cela ne prend que quelques instants et c’est gratuit. Ainsi vous pourrez prendre vos agendas et noter les dates des conférences et ateliers que vous ne voulez pas manquer. 
Vous recevrez une invitation pour le live d’ouverture (le 22 avril) avec plusieurs intervenants spécialistes de l’éducation
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Au cours de cette semaine de Sommet, vous découvrirez aussi :
Des témoignages et des lives, et bien sûr une communauté Facebook et Instagram pour échanger.

A très vite !

Les pédagogies alternatives : on décode !

Les pédagogies alternatives se sont beaucoup développées depuis quelques années et connaissent un pic de popularité. Mais comment s’y retrouver ? Comment savoir si c’est qu’on veut pour notre enfant ? Comment faire le tri dans tous ces courants ?

Pour avoir des réponses, ou du moins, commencer à réfléchir sur la possibilité d’éduquer différemment nos enfants, voici le podcast SchoolMouv auquel j’ai eu la chance de participer. Il s’agit d’un enregistrement à distance (en ce qui me concerne, vraiment à distance, donc la qualité n’était pas excellente ) sur le thème des pédagogies alternatives, en compagnie de Caroline Sost de Living School, de Marjorie, maman et orthophoniste qui pratique Montessori à la maison, et de Philippe Coste qui a animé ce débat passionnant!

Vous pouvez retrouver le résumé de cet épisode et poser vos questions sur https://leblog.schoolmouv.net

Bonne écoute sur : https://podcast.ausha.co/le-podcast-schoolmouv/les-pedagogies-alternatives-on-decode

OSONS L’ENTHOUSIASME! Coaching et métier d’enseignant

Comment savoir éduquer en accompagnant, devenir celui qui sait qu’il ne sait pas ?

Quand on parle d’accompagnement en éducation, on pense tout de suite aux dispositifs pédagogiques alloués et on oublie qu’on n’a pas le même public ; les enseignants se trouvent, alors, face à plusieurs défis, notamment le repérage des besoins des élèves.

« Le coaching est le métier de l’accompagnement du dialogue entre le client et son coach » on peut lire dans une des définitions du coaching. Qu’est-ce que donc ce métier, qu’il serait mieux appeler un art, partage avec celui de l’enseignant, de l’éducateur au sens large? Qu’est ce que l’enthousiasme enfin, qui est le thème de ce sommet, vient faire là-dedans ?

Beaucoup d’éléments rapprochent, je crois, ces « artistes » qui sont les coaches et les éducateurs, et dont les compétences devraient, j’en suis plus que convaincue, se compléter dans des formations communes (les enseignants notamment en gagneraient beaucoup !). Car la véritable question pour l’enseignant est celle de savoir éduquer en accompagnant, devenir celui qui sait qu’il ne sait pas… tout en sachant !

Que dire enfin de l’enthousiasme, cette « possession » divine qui nous traverse lorsque, accompagnés par ce coach inspirant ou guidés par cet enseignant aimant, nous contactons cette partie de vérité en nous, la nôtre, celle qui nous rend si uniques et si semblables aux autres ?

C’est à ce moment que l’enthousiasme touche la joie d’apprendre, de questionner, de créer… une joie de vivre dont les enfants sont les ambassadeurs en ce monde, mais l’on oublie au fur et à mesure qu’on avance dans les diplômes et l’âge.

La bonne nouvelle est que nous avons le pouvoir de la réveiller à chaque instant si nous en faisons le choix, même à l’école.

Je vous invite donc à voir et écouter ce dialogue entre moi et Sanaâ MIKOU, coach ICF et PCC, qui a organisé en décembre 2020 le premier Sommet du coaching marocain sur le thème « Osons l’enthousiasme! » :

www.insightcoaching.ma et www.coachingnews.ma

Youtube: https: //www.youtube.com/channel/UCqViH_CUG0FTJB8KBd1lmJA/